sabato 15 marzo 2008

BERSELLI E IL LIBRO DI TREMONTI

Edmondo Berselli, nel commentare su l’Espresso il libro di Giulio Tremonti “La paura e la speranza” si pone piu’ di un interrogativo per capire dove mai volesse andare a parare nel momento in cui dipinge a tinte fosche il panorama interno, ma soprattutto quello internazionale, il catastrofismo che sta per abbattersi sul mondo e quindi la conseguente rinnegazione del suo sperticato liberismo e la proposizione del neo-protezionismo, spazzato via senza alternativa e in modo irreversibile dalla liberalizzazione dei mercati, prima, e dalla selvaggia globalizzazione, dopo.
Si dovrebbe concludere che Tremonti abbia vissuto un’altra vita e che sia ritornato in questo mondo dopo qualche secolo, e che durante i suoi funesti incubi rivede il mondo diviso e frazionato, con l’innalzamento di barriere e di muraglie cinesi.
Quindi, dice Berselli, dobbiamo per forza di cose pensar male anche se commettiamo peccato, ma così andremo molto vicino alla realtà. Da qui la conclusione che il simbolico ombrello di Altan voglia metterlo in quel posto a qualcun altro.
In realtà io penso che bisognerebbe fare uno sforzo di analisi un pochino piu’ sofisticata, perché la conclusione di Berselli, relativamente a quello che pensa di fare Tremonti, è fin troppo ovvia e scontata, per cui si farebbe peccato a pensare il contrario.
Ragion per cui bisognerebbe capire qual’è il disegno strategico, molto piu’ raffinato e diabolico, al quale Tremonti sta cercando di ricorrere affinché l’ombrello scivoli diritto e piu’ fluido in quel posto a qualcun altro.
Egli ha osservato che i 2 candidati che si sfidano per giungere alla guida del Paese stavano facendo lo stesso tipo di campagna elettorale, gareggiando in modo pacchiano a chi fosse piu’ bravo nel fare promesse impossibili da mantenere. Quindi, il nostro Professore, che verosimilmente è piu’ raffinato del suo capo, che un giorno sogna di sostituire, e che possiede obiettivamente maggiori cognizioni in tema di economia e di finanza, ha dedotto che era impossibile proseguire sulla strada di predicare la reiterazione del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che tutto ciò alla fine sarebbe diventato pericoloso e penalizzante, una volta vinte le elezioni. Circostanza, peraltro, che evidentemente egli pensa di avere già in tasca. E allora, oltre che inutile, può diventare estremamente dannoso, viste le precedenti ultime due esperienze del Governo di Berlusconi e di quello di Prodi. Alle molte promesse non è corrisposta alcuna realizzazione concreta. Quindi chi arriva a governare deve pensare soltanto a sopravvivere. Meno promesse si fanno e meno fastidi si avranno.
Il nostro, fra l’altro, non è per niente lontano dalla realtà, quando pensa al peggio che si sta per abbattere sull’economia globale, se è vero com’è vero, che i massimi esperti mondiali parlano apertamente di stagflazione. Intanto le sue argomentazioni sono servite, e hanno avuto efficacia, per tirare per la giacca Silvio, che lo ha ascoltato e ha operato una inversione di marcia a 180 gradi. Niente piu’ promesse mirabolanti, niente incentivi per tutti e meno tasse, il nuovo motto è “vedremo…vedremo…cosa troveremo”.
Cosa troveranno, Tremonti lo sa benissimo e perciò lo ha tirato per la giacca. Un paese con la recessione alle porte, il fallimento della compagnia aerea nazionale, le ferrovie allo sfascio, i tribunali senza carta e la polizia senza benzina, le opere infrastrutturali ferme da ben oltre 30 anni. Dall’altra parte il tesoretto di un debito pubblico piu’ alto dell’Everest, per il quale gli italiani ogni anno puntualmente vengono invitati a privarsi del pane e della pasta per concorrere a pagare oltre 140 mila mld di vecchie lire di interessi in favore di quel 10% di sfigati che si ritrovano il 50% della ricchezza nazionale nelle mani, senza che a nessun candidato a premier, da Veltroni a Berlusconi, da Bertinotti a Casini, sfiori l’idea di chiamare a contribuire proprio questi ultimi se non vogliamo sprofondare.
Così come Tremonti sa benissimo, ma questo non osa dirlo, che se stiamo ancora in piedi, oggi, è perchè siamo inglobati in un contesto piu’ ampio e piu’ stabile che si chiama Europa e che se dovessimo applicare una politica protezionistica nei confronti del resto del mondo saremmo spazzati via come fuscelli, immediatamente. Quindi fa finta di sostenere una tesi di cui non può non conoscerne l’utopia, e in questo è diabolico.
La loro strategia diventa in definitiva: Per il momento pensiamo a vincere. Poi penseremo a infilare l’ombrello in quel posto a chi ci farà piu’comodo e piacere. Francesco Calvano.

sabato 16 febbraio 2008

LETTERA A PAOLO MIELI

Le notizie economiche di questi ultimi giorni, drammatiche a dir poco, rafforzano le convinzioni di chi afferma che tutti i contendenti scesi nell’agone politico facciano promesse da marinai, impossibili da mantenere. Era difficilissimo prima, figuriamoci con la stagflazione che si sta proiettando all’orizzonte. Il peggiore dei mali dal punto di vista economico-finaziario perché non ci sono rimedi adeguati. Se combatti la stagnazione, accentui l’inflazione e viceversa. Figuriamoci se può esistere uno stregone capace di moltiplicare i pani e i pesci. Ridurre le tasse a tutti ed elargire incentivi a tutti. Quello che non si capisce (o forse si capisce fin troppo) è che i media tutti siano colpevolmente complici, per cui non pubblicano nessun intervento al riguardo, neanche quando, come è capitato a me con il Direttore del Corriere, riprendi argomenti sui quali loro stessi avevano sollecitato una risposta dai politici, che puntualmente non è arrivata. Qui sotto il testo dell’intervento mai pubblicato da nessuno dei media ai quali ho sottoposto lo stesso argomento.

“”
Al dr. Paolo MIELI
Direttore Corriere della Sera
MILANO

Egregio Direttore,
nell’ultima puntata di Ballarò, Lei ha ben centrato il nucleo del problema attorno al quale ruota , a vuoto, tutto il sistema politico italiano da anni e con esso l’assetto economico e sociale, che è quello che poi interessa la gente. La richiesta di precisare i tagli di spesa è rimasta puntualmente inevasa.
Ho atteso fino ad oggi per scriverle, perché in precedenza avevo inviato una lunga lettera a Veltroni, ripetendo le stesse cose che un anno fa scrissi a Prodi, preannunciandogli la fine del Film così come avvenuto. Ma, naturalmente anche lui gira a vuoto e pensa come tutti gli altri di replicare il miracolo di Gesu’ di moltiplicare pani e pesci per l’intero popolo italiano.
A campagna elettorale iniziata, nessuno mette le mani nelle tasche degli italiani, molte tasse saranno abolite o abbassate, aiuti alle famiglie bisognose,cioè a tutti, con gli interventi piu’ disparati. Ma con quali tagli di spesa? Nessuno lo sa. Dovrebbero bastare questi insensati proclami a rafforzare le convinzioni che molti elettori già hanno, di non esprimere alcun voto. Viene da chiedersi come sia possibile che personaggi che fanno politica per professione da molti anni possano affermare simili sciocchezze?
In campagna elettorale ognuno può sparare le cazzate che gli pare, ma se si potesse ipotizzare per un solo istante una simile elementare sciocchezza, vorrebbe dire che tutti i governanti precedenti hanno fatto sparire miliardi di €uro. Se tutti i cittadini stanno male e le finanze pubbliche sono al disastro, o qualcuno ha sottratto a piene mani o qualcosa non funziona già. Figurarsi dopo!
Personalmente sono convinto che non basta assolutamente neanche il taglio di alcune spese come quelle della “casta” o l’abolizione di Provincie, Comunità montane, Consorzi. etc etc., tagli quanto mai opportuni tranne che per i vertici dei partiti. Per il semplice motivo che le priorità che oggi si vorrebbero affrontare rappresentano la punta di un iceberg immenso, rappresentato da un Paese dove da oltre 40 anni non vengono attuate riforme strutturali nè opere infrastrutturali, finanziati i servizi essenziali, una Giustizia paralizzata, la polizia senza benzina, una Scuola che fa paura, ricerca e innovazione tecnologica fanalino di coda tra i paesi civili e non, la compagnia di bandiera sparita, le ferrovie al collasso, la viabilità stradale che richiederebbe interventi poderosi, un sistema televisivo surgelato, un sistema fiscale indecifrabile e cosparso di contraddizioni e sperequazioni insanabili, l’economia che si profila a crescita zero, la gente che soffre per i bassi salari, le estreme regioni meridionali che stanno per diventare dei cimiteri, ottimi nascondigli per mafia e ‘ndrangheta, insomma un Paese letteralmente in ginocchio. Pensare di rimetterlo in piedi con qualche taglietto o con una crescita che non c’è, è un’operazione fuori dalla portata di ogni essere umano, anche se unto dal Signore. Sono passati credo oltre 25 anni da quando Leo Valiani pubblicò sul Corriere, un giorno di Ferragosto, uno stupendo editoriale nel quale dimostrava come il Paese fosse cresciuto fino ad allora con la “cultura del geometra”, per denunciare la totale mancanza di una cultura programmatoria che ci allineasse all’Europa. Da quella data siamo cresciuti con la “cultura dell’imbianchino”.
A questo Paese mancano semplicemente 3 milioni di miliardi del vecchio conio, che il popolo li ha di debiti, e per i quali paga oltre 70 miliardi di €uro di interessi all’anno, ma che qualche altro ha intascato e continua ad incassare. Il debito pubblico italiano, che nel ’75 era appena di 80 mila miliardi, è esploso per effetto della capitalizzazione degli interessi dall’80 in poi. Non è servito a finanziare alcun servizio o opera, sono solo interessi, e non è per nulla difficile individuare a beneficio di chi è andato. Si rifletta su un aspetto sintomatico ed emblematico. Banche e Compagnie di Assicurazioni, unitamente a finanzieri, finanziarie, brokers e speculatori, che per secoli erano rimasti confinati a livello regionale, in pochi anni sono divenuti protagonisti assoluti a livello europeo e mondiale. Per il semplice motivo che erano loro i detentori della liquidità da investire nei titoli di Stato al 20-22% di tasso.
Ora il Paese ha estremo bisogno, altrimenti frana e affonda. In tutte le epoche storiche, sotto i Governi di qualsiasi colore politico, ogni qualvolta lo stock del debito ha superato il 100% del PIL, si è intervenuti con una manovra che gli scienziati della materia definiscono come “finanza straordinaria”.
Solo in Italia ciò rappresenta un tabu’, un argomento di cui non si può parlare. Ho sottoposto l’argomento a Prodi, a Veltroni, a Bertinotti 15 anni fa. Nessuno si preoccupa di fare almeno un sondaggio, che sono sicurissimo otterrebbe un consenso superiore all’80% e rappresenterebbe l’uovo di Colombo per vincere qualsiasi competizione elettorale, ma soprattutto poter governare, dopo. Anche la stampa, come la TV, oscurano l’argomento.
Il sospetto che sorge è che anche loro abbiano qualche “grande patrimonio” nascosto, da salvaguardare, mentre all’orizzonte si profila un nuovo scontro, durissimo, tra culture e ideologie contrapposte. Da un lato la cultura giustizialista che il PD ha sposato inglobando Italia dei Valori, dall’altro, l’ideologo, responsabile del settore culturale del Partito dato per vincente, infaticabile organizzatore di consensi attraverso i suoi circoli del “buon governo” che hanno sbaragliato anche i circoli della rossa brambilla. Dell’Utri, per risalire lo Stivale, è partito dalla mia sventurata Calabria, dove evidentemente vanta buone amicizie. Forse il vero dissidio con Casini parte dal diverso e sperequato trattamento riservato al buon Totò Cuffaro che, ritenendo di aver realizzato un ottimo target con 5 anni, ha offerto Champagne e cannoli perché pensava di rimanere in sella al Governo regionale. Nessuno lo ho avvertito, che il target era stato innalzato e che ora occorrono un paio di anni in via definitiva e almeno 9 in primo grado per mafia. Al peggio non c’è mai fine!
16/02/08
Francesco Calvano

mercoledì 1 agosto 2007

LETTERA A UNINDUSTRIA BOLOGNA

Ho letto con grande interesse e un pizzico di soddisfazione il servizio pubblicato da “Il Sole 24 Ore” del 24 luglio, sulla base dei dati elaborati da codesta Organizzazione. La soddisfazione deriva dal fatto che sull’argomento vado conducendo una battaglia piuttosto solitaria da una ventina di anni e quindi mi fa molto piacere che qualcuno, autorevole e con mezzi piu’ appropriati, si sia finalmente interessato a quella che ritengo sia la base di tutte le discussioni, per chi vuol esprimere un minimo di serietà.
Sull’argomento ho pubblicato, a mie spese, e distribuito in maniera mirata sempre con le mie modeste possibilità, il breve saggio che mi permetto di sottoporvi.
In esso è contenuta una analisi sicuramente piu’ ampia, che affronta diversi argomenti, con una tesi di fondo, che forse non condividerete in pieno, e che si basa sulla constatazione che per affrontare la grave, quasi insanabile, crisi del sistema Italia, occorrono risorse che io penso debbano scaturire da una manovra di carattere straordinario, che può essere quella da me indicata, come può essere qualsiasi altra. La mia è una tesi soggetta a tutte le critiche, le correzioni, le alternative possibili. Se però, non è rispondente quella da me indicata, qualcuno dovrà pur dire quale possa essere. Perché una cosa è certa : dopo oltre quindici anni di finanziarie che non sanno piu’ dove spremere e chi crocifiggere, la situazione è al punto di partenza, ma con l’aggravante che il Paese, nel suo complesso, è fermo, cioè sostanzialmente in regresso.
Tutto questo dipende, a mio modesto avviso, e ciò sostanzialmente coincide con le Vostre elaborazioni ed osservazioni, da due fattori principali, che si intrecciano e si interconnettono tra di loro e che nel mio saggio costituiscono la parte centrale dell’analisi.
Non è cioè sostenibile ulteriormente che un Paese che si definisce civile, appartenente all’area piu’ evoluta del mondo, nella quale occupa, o occupava, un posto di rilievo nella graduatoria relativa, mantenga in piedi un sistema fiscale, da cui devono scaturire le risorse necessarie, divenuto complicato, complesso, farraginoso, inestricabile, tale da far diventare tutti gli addetti ai lavori sostanzialmente ignoranti e incapaci di operare, da un lato,mentre dall’altro risulta estremamente contraddittorio, sperequato nei confronti di chiunque intraprenda, insopportabile e assolutamente incivile!
E qui viene fuori l’argomento cardine da voi e da me affrontato ogni volta che ho potuto.
Lo scandalo, perché di questo si tratta, è l’illegittimità di una imposta come l’IRAP, che ha aggravato in modo esponenziale gli effetti distorsivi già creati dalla soppressa Ilor.
Non è completamente esatto ciò che mette in rilievo il “Sole”, che la base imponibile è gonfiata dai costi e che in gran parte sono diventati indeducibili. E’ vero anche questo, ma l’aspetto principale è costituito dall’IRAP, che da sola, anche senza il concorso degli altri costi indeducibili, può, come in effetti avviene, provocare effetti devastanti e non accettabili nella maniera piu’ assoluta.
Il servizio citato parla nell’occhiello di una pressione tra il 52 il 164%.
Nel mio saggio riporto alcuni casi di concreta applicazione dell’imposizione in quanto tratti da bilanci ufficiali, rispetto ai quali posso testimoniare direttamente l’assoluta assenza di manovre evasive od elusive. Tra le citazioni vi è quella di una società mista pubblico-privata

che in un anno ha realizzato un utile ante imposte di €. 20.973 ed ha pagato imposte per 102.053, chiudendo con una perdita civilistica di €.81.080, mentre l’anno successivo con una perdita di 336.570 euro ha pagato imposte per 84.475. Chi è che sa calcolare qual è la percentuale di tassazione su una perdita? Evidentemente il calcolo è impossibile. Ma è ancora piu’ scandaloso e inaccettabile il primo caso, cioè di un utile di modesta entità che viene trasformato in perdita e serve a far capire quale sia il meccanismo, mostruoso, ma certamente illegittimo attraverso il quale si può mandare in crisi un’azienda che riesce a realizzare un utile modesto. Prima viene prelevata l’IRAP sul costo del personale e sugli oneri finanziari, dopo di che l’Erario applica l’imposta IRES sul risultato ante imposte, cioè riesce a tassare un utile inesistente che ha già prelevato. Cioè tassa le imposte che ha già prelevato, ma le fa pagare all’Azienda! Non sono certissimo al 100%, ma credo sia unica al mondo. Al riguardo si possono fare molti esempi illustrativi e fornire migliaia di casi concreti.
Un Paese non può certo reggersi sulle illegittimità fiscali, fino a quando la Magistratura non le demolisce. Nessuna lotta all’evasione può essere condotta efficacemente dovendosi muovere in una giungla legislativa inestricabile e nessuna razionalizzazione può essere proposta se prima non vengono eliminate queste assurdità logiche e giuridiche, che falsano in modo aberrante il reale livello di pressione fiscale. In queste condizioni, men che mai si può pensare ad una riduzione della pressione fiscale generalizzata per mettere in moto un meccanismo virtuoso dell’economia, come vanno sbandieranno demagogicamente Berlusconi e Tremonti, scopiazzando la teoria di Laffer.
Inoltre, i piu’ recenti orientamenti della Comunità Europea tendono ad evitare differenze e sperequazioni fiscali tra i vari paesi dell’Unione, e quella dell’Irap italiana credo sia un classico di sperequazione capace di alterare le condizioni di parità nella competizione internazionale. Una idonea iniziativa, anche presso la Comunità Europea, in cui vengano spiegati bene i meccanismi di queste anomalie tutte italiane potrebbe produrre i suoi frutti.


Paola 01/08/2007

Francesco Calvano

lunedì 18 giugno 2007

Agli On/li Fausto Bertinotti – Franco Giordano – Oliviero Di liberto – Fabio Mussi – Ministro Ferrero - Gavino Angius

On/li compagni,
Avete gettato le basi per costruire una sinistra alternativa, che chiamerei una forza che sta a sinistra degli attuali schieramenti politici, dal momento che l’altra sinistra, a cui dovrebbe essere alternativa, non esiste piu’ da tempo, quindi da molto prima che decidessero di chiamarsi con il vero nome di partito democratico.
L’esigenza e la necessità è molto presente e diffusa tra vecchi compagni, ai quali io appartengo, e tra le nuove generazioni. Per capire però quanto la nuova formazione sia rispondente alle aspettative e alle speranze dei potenziali interessati, occorre rispondere alla stessa domanda che ieri si è posto Franco Giordano durante la trasmissione con Lucia Annunziata a proposito del PD. E cioè qual è il progetto politico, la strategia che caratterizza il nascituro e che possa differenziarlo dal resto delle forze centriste e di destra sempre in temibile agguato.
La stessa domanda credo vada posta a proposito della formazione che voi volete costruire.
Posto che abbiamo rinunciato definitivamente a qualsiasi velleità rivoluzionaria, certamente non attuale e non proponibile nell’attuale contesto storico e socio-politico, e che necessariamente bisogna convivere con il sistema democratico ed elettoralistico, accettando conseguentemente anche l’assetto e la struttura capitalistica presente, ne discende che occorra quanto meno fare una scelta di campo precisa, delineando e differenziando le proprie posizioni, rispetto alle due concezioni di intendere sia il sistema capitalistico e di tutti i corollari che ne discendono e sia l’assetto e la struttura sociale del Paese.
Da un lato c’è la teoria liberista radicale che tende ad esaltare i valori e l’efficienza del sistema, con la globalizzazione dei mercati e la competitività spinta ogni ragionevole limite.
E’ in virtù di questi valori supremi che a nessuno frega più di tanto della globalizzazione della miseria, della fame, dei disoccupati che non finiscono mai di aumentare. Da quando, nel 1996, Rifkin scrisse “La fine del lavoro”, ad oggi non si sono verificate nel mondo altro che espulsioni di milioni di lavoratori. Ad ogni fusione o processo di razionalizzazione delle aziende corrisponde una espulsione di lavoratori dal ciclo produttivo, il piano ottimale di rilancio è sempre quello che riesce a prevedere il maggior taglio di occupati. Le poche decine o centinaia di posti di lavoro che creano i nuovi settori (quasi sempre in modo temporaneo perché poi spariscono dal mercato) non rappresentano che poche gocce nel mare dilagante dei vecchi e nuovi disoccupati.
Da quei valori partoriscono l’ingordigia e la famelica insaziabile voglia di accrescere la ricchezza di chi già la detiene oltre ogni ragionevole limite di decenza, di etica e di comportamenti umani; per arrivare dove? Francamente non si capisce molto, considerato che la stragrande maggioranza di questi signori non potrà mai riuscire a spendere quella ricchezza. Eppure sono pronti a calpestare ogni regola di civile convivenza pur di raggiungere i loro loschi e inqualificabili obiettivi. Quindi, la moda ultima è quella di alterare i bilanci societari, di corrompere controllori analisti finanziari e statisti (che tutti insieme formano la più grande associazione a delinquere mai conosciuta dall’umanità) a creare bolle speculative sui mercati finanziari per fottere risparmiatori, dipendenti, lavoratori che speravano di costituirsi la pensione integrativa, mentre loro, i grandi managers di questo secolo, intascano le loro laute impensabili stock options, a spese dei soliti fessi.
Tutte queste considerazioni credo siano state magistralmente sintetizzate in una vignetta di Altan di qualche settimana fa, quando il primo soggetto dice all’altro :”Stanno distruggendo il Pianeta !” e l’altro : “Peccato, era così competitivo!”.
A fronte di questa interpretazione rigida, radicale, ottusa, spregiudicata e anche tutto sommato poco producente, alla fine, volendo, perché dovendo, rimanere nel sistema, allora si deve capire se sia possibile e se vogliamo costruire una strategia che, escludendo l’abbattimento del sistema capitalistico, si ponga almeno l’obiettivo di condizionarlo, di umanizzarlo e di sottrarre ad esso quanto ridistribuire in termini di ricchezza prodotta anche in favore di tutti coloro che partecipano al processo e che garantisca ad essi per lo meno l’essenziale.
Una risposta positiva a quest’ultimo quesito, potrebbe rappresentare già una buona base di partenza per la costruzione di un progetto alternativo che sia visibile, percepibile e via via sempre piu’ condiviso.
Non dico niente di eccezionale, né di utopico, né di eretico. Questi concetti sono peraltro condivisi ed affermati dagli stessi economisti liberisti piu’ avveduti e progressisti.
Lo ha affermato il professor Mordekai Kurz, di scuola e pensiero prettamente neo-liberista che, in una intervista rilasciata al “Sole 24-Ore” dell’anno scorso, sostiene sostanzialmente le stesse cose che vengono espresse dagli esponenti della sinistra, di quelle contenute in un sondaggio curato da una Organizzazione sindacale, che comunque esprimono una forte revisione delle idee neo-liberiste per adeguarle alle richieste crescenti e sempre piu’ pressanti delle classi sociali piu’ bisognose e piu’ sensibili, a cominciare dal vecchio e superato ceto medio. Lo ha detto il prof. Mario Monti, massimo teorizzatore del libero mercato, nell’intervista a ½ ora di Lucia Annunziata, nella quale si è dichiarato esplicitamente e fortemente orientato all’attuazione di una politica di redistribuzione tale da realizzare una giustizia ed una equità sociale oggi inesistente.
Ma, delle buone intenzioni dei teorici del Liberismo è lastricato l’inferno. La realtà è completamente diversa, poiché per sua intrinseca natura il capitalismo, per essere tale e reggere il mercato della competizione globale, deve attuare per forza di cose tutte quelle brutture che, in una parola, vanno sotto il nome di competitività. E, volontariamente, le libere concessioni non esistono se non nella carità cristiana.
Da ciò deve scaturire il ruolo della politica, volto a sottrarre quella fetta di ricchezza da destinare alle classi meno abbienti, ai piu’ poveri, alle insopprimibili esigenze di natura sociale, etc etc.
Un paio di mesi fa vi ho inviato un breve saggio dal titolo “finanziaria e debito pubblico – evasione e pressione fiscale – Perché urge la Patrimoniale”, che avete ricevuto e ringraziato per l’invio.
L’ultima cosa al mondo che potessi augurarmi è che quanto prefigurato in esso si avverasse così presto. O meglio si è già verificata la prima parte del copione da me descritto, ossia la perdita consistente del consenso popolare; ora si aspetta la seconda parte, ossia il ritorno del Caimano e la frittata è servita. Si, perché la chiave di lettura è tutta qui!!!
Mi spiegate perché mai la gente dovrebbe continuare a votare la sinistra se poi attua la stessa politica della destra, facendolo peraltro in modo assai piu’ goffo e irritante? Se non altro il Caimano promette di abbassare le tasse a tutti strafregandosene del deficit, del debito pubblico e se il Paese cadrà definitivamente nel baratro.
In questi giorni sto ascoltando e leggendo le contraddizioni piu’ eclatanti ed assurde, pronunciate sia da esponenti che da giornali di destra e di sinistra. Tutti mettono in risalto la contraddizione insanabile tra le esigenze da affrontare, le risorse che bisognerebbe trovare e destinare allo scopo e l’impossibilità, dall’altra parte, di ridurre la pressione fiscale, che, si badi bene, non è quella sbandierata del 42 o del 50%, bensì arriva a colpire fino al 100% del reddito prodotto e in qualche caso tassa anche le perdite.
Con un sistema fiscale così dissestato, sperequato in modo indegno di un paese civile, parlare di lotta all’evasione, di inasprimenti, che spesso assumono le sembianze di persecuzione, di aumento o di riduzione della pressione tributaria, risulta improprio e, molto spesso, la politica messa in atto diventa vessatoria nei confronti degli anelli piu’ deboli del sistema, ormai irriducibilmente stressati e spremuti.
Nel mio saggio ho avuto il coraggio, dopo ampia e documentata analisi, in cui ho dimostrato chi ha intascato il malloppo dei 3 milioni di miliardi di vecchie lire, che il popolo si ritrova sul groppo, di proporre una soluzione, di cui sono fortemente convinto e che però, a mio modesto avviso, dovrebbe diventare il manifesto del nuovo schieramento di sinistra, ipotizzato. Se non altro dovrebbe essere posta in discussione e formare piattaforma di confronto e dibattito. Perché se la soluzione proposta non è quella giusta, allora qualcuno dovrebbe spiegarmi qual è l’alternativa possibile indicata dalla nuova sinistra e che possa costituire quel “progetto” di cui parlava Giordano.
Non credo le briciole del tesor-etto, che se togliamo la prima parte diventa un etto di fronte alle tonnellate del debito pubblico e delle risorse necessarie. Che Padoa Schioppa ha definito con una rappresentazione immaginifica accettabile come “ una leggera increspatura su un mare profondo 5000 metri”, ed invitando ad osservare l’immensità della profondità piuttosto che l’increspatura.
In definitiva, e concludo, come pensate di conquistare il consenso delle masse se non proponendo loro che le risorse necessarie al risanamento e al rilancio del Paese debbano essere reperite tassando, sia pure una tantum, i grandi patrimoni, che oltretutto, nel loro processo di accumulazione, si sono avvantaggiati anche di quel fenomeno di finanziarizzazione che ha arricchito i ricchi e impoverito i poveri?
Sicuramente la proposta e la piattaforma che ne discende non piaceranno a Montezemolo e alla Confindustria, susciteranno le ire di Berlusconi, dei finanzieri, delle Banche, delle Assicurazioni, dei loro giornali e delle loro TV, non piaceranno neanche a molti “benpensanti”, ma dovrebbero piacere non poco a tutto il resto dei ceti appartenenti alle grande marea della gente comune.
E allora bisogna decidere con chi stare!!!
Nel Progetto politico ipotizzato da Giordano bisognerà che venga detto con chiarezza se tendiamo a conquistare le simpatie ed il consenso dei primi, assai molto improbabile, o quello dei secondi.
Il problema è tutto qui!.
Saluti.

Paola 18/06/2007

Francesco Calvano

domenica 3 giugno 2007

LETTERA APERTA A GOVERNO – POLITICI – SINDACATI – ORGANI DI STAMPA

Ancora una volta e sempre il dibattito politico, si fa per dire, tenta di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali a quelli delle formulette, dei contenitori, delle aggregazioni e delle disgregazioni dei vari clan.
E’ passato un anno dall’insediamento del Governo Prodi, che in molti ostinatamente e ingenuamente abbiamo sostenuto, ma di provvedimenti in favore delle classi meno agiate della popolazione neanche l’ombra. Lo slogan piu’ agitato durante la campagna elettorale delle ultime politiche, che la gente non arriva a fine mese, si è leggermente modificato nel senso che non arriva al 20 del mese; solo chi si ostina a credere nei miracoli, poteva illudersi che tutto si modificasse per il solo leggero cambiamento della coloritura partitica del nuovo governo, senza che lo stesso intervenisse a modificare nel profondo la redistribuzione della ricchezza, togliendo a chi si è largamente arricchito per distribuirlo in favore delle classi meno abbienti. E dire che in linea di principio tutti sostengono che è necessario ed indispensabile che i benefici dell’economia capitalistica vadano utilizzati anche per attivare una politica di interventi strutturali, allo scopo di realizzare maggiore giustizia ed equità sociale. Lo sostengono il Governo, i partiti, i sindacati, gli oltranzisti come i moderati, persino Montezemolo o un liberista di ferro come il prof. Mario Monti.
Ma nessuno si sogna di metterla in pratica.
Nel frattempo, coloro che non arrivano al 20 del mese si arrangiano frugando tra gli scarti dei mercati rionali o chiedendo assistenza alla Charitas, che ha ingigantito la sua opera di distribuzione di pacchi alimentari, come nei periodi bellici. I Tribunali che prima non avevano la carta igienica, ora chiudono alcune sezioni per mancanza di personale, aziende leader nazionali passano la mano agli stranieri, la compagnia di bandiera è scomparsa, le Ferrovie fanno sempre piu’ pena, sopravvivono sopprimendo treni, perdendo clienti e sopprimendo altri treni, anche se luridi. I problemi della malasanità, dell’Università, della Ricerca sono sempre lì a testimoniare un malessere sempre piu’ diffuso tra la gente che, secondo D’Alema, testimoniano una crisi di disaffezione dalla politica, capace di provocare lo stesso tsunami degli anni ’90. Intanto loro, i “politici” continuano a litigare su tutto non nei confronti degli avversari, ma soprattutto al loro interno, anche quando devono decidere se stampare o meno un manifesto, facendo abortire nelle prime settimane di gravidanza il bambino che doveva rappresentare una svolta storica nella politica italiana, la nascita del Partito Democratico, nelle intenzioni per aggregare chissà quante forze, ma che ha finito per perdere per strada pezzi non indifferenti di quel poco che rappresentava.
Il Debito pubblico rimane inalterato nella sua immensità, i tassi di interesse sui titoli di Stato hanno superato la soglia del 4%, le risorse della prossima spremitura della Finanziaria dovranno essere destinate allo scopo.
Gli unici provvedimenti adottati o minacciati sono quelli che riguardano grandi masse di cittadini, che sopravvivono alla giornata, e che rappresentano milioni di elettori. Non che questi provvedimenti siano sbagliati in linea di principio, solo che un politico con un minimo di barlume li avrebbe adottati dopo aver dato l’impressione precisa alla gente di incidere prima di tutto sulle classi piu’ abbienti e privilegiate, o dopo aver tagliato moltissime spese inutili, a cominciare dai costi della politica.
Tutto ciò spiega piu’ che a sufficienza perché un film che avevamo già visto sia stato ri-proiettato a distanza così ravvicinata dall’insediamento del governo Prodi e con dimensioni a dir poco allarmanti. La prima parte del copione che ho delineato nel saggio pubblicato su “Finanziaria e Debito Pubblico – Evasione e Pressione fiscale – Perché urge la Patrimoniale”(*), che ho inviato a tutti i governanti, i politici, i sindacalisti, gli organi di stampa, si è puntualmente verificata, sia pure con molto anticipo.
Ora, dobbiamo aspettarci che si verifichi la seconda parte, ossia il ritorno del Caimano, invocato a gran voce. Promesse di benessere per tutti, meno tasse per Totti e per tutti. Conti pubblici che sprofonderanno, allargando una voragine già molto ampia. E’ probabile che però arriveremo al capolinea. L’avvenimento, da questo punto di vista, potrebbe, paradossalmente, essere salutare.
E dire che per evitarlo bastava avere a disposizione un discreto ragioniere e un mediocre politico.
Che nel nostro panorama mancano.
03/06/2007 Francesco Calvano
(*) chi volesse visionarlo, può cliccare : http://xoomer.alice.it/studiocalvano

domenica 25 febbraio 2007

LETTERA APERTA A BERTINOTTI-DILIBERTO-GIORDANO-RUTELLI-FASSINO-INCONTRIAMOCI –FABBRICA DEL PROGRAMMA -

L’On.le Rutelli, nell’intervista rilasciata l’altro ieri ha finalmente fatto centro affermando che priorità assoluta del Governo è l’economia, per far star bene la gente, attuare equità, sviluppo etc.etc.
Solo che propositi tanto nobili ed impegnativi sono l’esatto contrario di quanto il Governo e le forze che lo sostengono hanno fatto fino ad oggi.
In questi giorni, tra ticket sanitari, addizionali comunali, rincari tariffari in servizi primari, tutti i cittadini stanno verificando e riscontrando che i pochi euro concessi in benefici fiscali a livello di finanziaria sono stati recuperati, con gli interessi, da balzelli vari e, facendo i conti, hanno la conferma che non si riesce ad arrivare a fine mese, esattamente come è stato predicato durante e dopo la campagna elettorale da tutti gli esponenti dell’attuale maggioranza.
Nel contempo, il Governo viene messo in crisi su aspetti filologici della politica estera, di cui alla stragrandissima parte dei cittadini comuni gliene frega non piu’ di tanto.
Così come, è naturale attenderselo, sarà messo in crisi, ammesso che risorga, tra qualche mese, sempre per questioni di lana caprina sulla politica estera, piuttosto che sulla TAV o sui Dico e sul non detto.
Voi dite di avere il polso della situazione, ma ciò non è assolutamente vero, voi avete contatti solo con le sezioni e i comitati vari di militanti che non rappresentano l’universo dei cittadini. In mezzo a questi ultimi ci siamo noi che viviamo a stretto contatto e che quindi ne recepiamo il vero e reale stato d’animo.
Ciò che la gente si aspettava da un Governo di centro-sinistra, a cui partecipa anche quella radicale, è che questo fosse in grado di fare ciò che ha solennemente proclamato Rutelli, cioè mettere come priorità assoluta l’economia. E’ solo ed esclusivamente questo il vero terreno di rottura e di discontinuità rispetto al passato e ai governi di Berlusconi. E’ attraverso l’economia che doveva invertirsi la prassi, ormai consolidata, di far pagare l’impossibile risanamento della finanza pubblica continuando a rastrellare nella tasche vuote delle masse i pochi spiccioli anzichè rivolgere lo sguardo verso chi si è arricchito in modo spudorato e che ora dovrebbe essere chiamato a contribuire a risanare quell’immenso buco, di cui ha intascato i benefici.
In questi giorni sono stati resi noti i tassi di interesse sui titoli di stato, aumentati nel giro di poco piu’ di un anno, di circa due punti percentuali. Prendete carta e penna e moltiplicate il 2% per 1.605 miliardi di Euro e otterrete il risultato di circa 30 miliardi di €uro, cioè circa l’intero importo della manovra. Altro che risorse destinate ad equità e sviluppo. Tutto ciò che entra è destinato al servizio del debito! Ma nessuno di voi ha avuto il coraggio di dirlo. Spesso mi chiedo se ne abbiate la percezione o se questi fenomeni vi passano sopra la testa.
Intanto la gente continua a soffrire e non arriva a fine mese.
Come ho ampiamente spiegato e delucidato in modo assai poco confutabile nel saggio di cui vi ho inviato copia, la scelta che bisognava compiere è se continuare nella pessima reiterazione delle politiche economiche di sempre, scontentando le masse e tenendosi buoni i ceti privilegiati, o rompere questo andazzo, scontentare i pochi e beneficiare i molti.
Al di là di tutte le razionalità che consiglierebbero una tale scelta, spiego nel saggio, ne esiste una, irrinunciabile, di valutazione ed opportunità se si vuole continuare a governare per oggi e per il futuro o al contrario suicidarsi sull’altare di Berlusconi.
Ci sono momenti storici e contesti socio-politici in cui la sinistra radicale preferisce ad un governo sbiadito progressista quello dell’estrema destra allo scopo di suscitare la ribellione dei sudditi. Ma questo non è assolutamente il contesto italiano. Stiamo vivendo il periodo piu’ scialbo, piu’ appiattito, piu’ qualunquista della nostra storia recente, nel quale tutti rifuggono dalla lotta e piuttosto cercano di arruffianarsi ai potenti di turno.
La scelta della sinistra radicale di sostenere un governo di centro sinistra, visto da questa particolare ottica, può essere giudicata positiva, ma ad una sola condizione, che non concorra a rendere un governo progressista scialbo in uno piu’ liberal conservatore di quelli finora espressi dalla destra nostrana. E questa scelta va fatta sull’economia, nel nostro caso concreto sulla finanza pubblica ad evitare che il servizio del debito divori qualsiasi sacrificio venga richiesto annualmente alla generalità dei cittadini, la cui incidenza relativa grava pesantemente sui ceti piu’ deboli.
Ma ciò, oltre ad un problema pressante di giustizia ed equità, è decisivo per guadagnare il consenso necessario ad impostare ed attuare un’azione di governo lunga e duratura.
Se il Governo Prodi, in questi mesi, anziché scopiazzare le manovre finanziarie attuate fino ad oggi, rendendo la sua un poco piu’ pesante, ma comunque lontanissima dal raggiungere un qualche efficace risultato, avesse pensato ad una manovra di rottura e di discontinuità rispetto al passato, avesse chiamato a contribuire coloro che ostentano tanta ricchezza (a proposito, meno male che è stata varata in tempo la deroga per i compensi miliardari in favore dei VIP di Sanremo!), anziché continuare ad affliggere tutto il resto della popolazione con misure di rastrellamento dei pochi spiccioli, con inasprimenti di inutili ed inefficaci appesantimenti burocratici, con norme assolutamente illegittime che rasentano l’anticostituzionalità, etc. etc., avrebbe conquistato in poco tempo il favore, e non l’ostilità, della maggioranza degli elettori.
Il raggiungimento di questo obiettivo lo avrebbe posto in una condizione di blindatura tale da poter sfidare chiunque, su qualsiasi tematica in discussione. Sulla politica estera, come sui dico, o sulla TAV, avrebbe potuto pronunciare la fatidica frase dalemiana “o c’è la maggioranza, o tutti a casa”.
No so se quello di Dalema è un lapsus froidiano o consapevolezza. Perché avrebbe dovuto dire “o c’è la maggioranza o si torna a votare”; nelle condizioni da me descritte, per vincere contro chiunque.
Invece nelle condizioni che ha determinato il Governo Prodi è esatta l’espressione “tutti a casa”.
Perché, purtroppo, si va a casa e per parecchio tempo.
In questi pochi mesi il Governo Prodi è stato capace di racimolare l’avversità, per non dire l’odio, di tutti i tassisti, di tutti i benzinai, di tutti i professionisti, di tutto il popolo delle partite IVA, con relativi familiari, per misure che, a torto o a ragione, vengono ritenute come persecutorie nei confronti dei soggetti citati. Non è detto che alcune di queste misure non siano giuste o condivisibili, ma si possono attuare solo dopo che si è guadagnata la fiducia e il consenso delle moltitudini. Facendo due conti, si può tranquillamente arrivare al risultato che sarà una debacle, sia che le elezioni si tengano tra sei mesi, o tra un anno o due o anche (ma questa appare una chimera) tra cinque.
E allora, siete degli autentici masochisti; o c’è dell’altro?
Saluti. Francesco Calvano


Chi volesse saperne di piu’, può consultare il saggio “finanziaria e debito pubblico – evasione e pressione fiscale – perché urge la patrimoniale”, sul sito : http://xoomer.alice.it/studiocalvano

domenica 2 luglio 2006

A : Organizzazione Romano Prodi “Incontriamoci”.

Paola 02/07/2006

Non poteva mancare! L’atteso pacchetto di misure che il nuovo Governo doveva varare per scaricare sui soliti noti e fessi il peso del risanamento è puntualmente arrivato.
Io, e con me gli amici che avevano aderito al circuito “Incontriamoci”, proveniamo, com’è facile immaginare, da varie formazioni di sinistra, variamente delusi dalle vecchie formazioni e sconcertati ed incazzati per l’avvento dell’era Berlusconi. Per reagire alla pericolosità di quella formazione di destra che, se avesse vinto ancora, sarebbe stata capace di stravolgere quel poco che è rimasto dell’assetto istituzionale e democratico in questo Paese, abbiamo aderito volentieri al movimento che doveva portare ed ha portato Prodi ad essere candidato a Premier anche senza avere un proprio partito alle spalle. Ma convinti, proprio per questo, che una volta arrivato sul piu’ alto scranno delle leve di comando avesse trovato il coraggio di esprimere un forte segnale di discontinuità sia rispetto alle politiche allegre e forsennate dei Berlusca, Fini, Tremonti, Bossi e Calderoli, e sia rispetto alle politiche del dejà vue dei precedenti Governi di centro-sinistra.
Invece, niente, ma proprio niente di tutto questo. Si ripete ancora una volta, e crediamo per l’ultima, la monotona, pedante, noiosa manovra di scaricare il peso del risanamento (ma quale?, se non pannicelli caldi che non servono neanche a scalfire una situazione così drammatica da far prevedere comunque che il peggio è dietro l’angolo), sulla massa dei cittadini.
Si è attribuita al precedente Governo la responsabilità di aver fatto recedere il Paese ad uno dei piu’ bassi livelli di produttività, di PIL e di competitività internazionale. Ma il fenomeno, per essere un tantino obiettivi, deriva da lontano. Dopo la prima maxi manovra di Amato (90 mila mld di vecchie lire) ho scritto (se volete posso inviarvene copia) che ciò, al di là del tentativo di risanamento, avrebbe comportato l’avvio di una recessione economica. Credo di non essere uno scienziato in campo economico, ma bastano le poche nozioni che possiedo per aver potuto imbroccare una previsione così facile.
Ora, avevate tre possibili vie per ritentare un risanamento difficilissimo quanto improbabile.
1) Togliere agli speculatori ed ai grandi personaggi che si sono arricchiti, anche e soprattutto speculando e lucrando gli alti tassi di interesse sul debito pubblico, pagato dalla massa dei cittadini, introducendo una bella imposta straordinaria sui grandi patrimoni, ma solo su questi, a meno che anche la gran massa dei politici non rientri tra questi;
2) Tagliare le spese della pubblica amministrazione, non certo riducendo la spesa per l’acquisto della carta igienica dei vari ministeri, ma trovando il grande coraggio di abolire immediatamente Province, Comunità montane, Consorzi, enti sovra comunali, forse le stesse ASL, autentici centri divoratori e spreconi di risorse, di corruzione e intrallazzo a livello locale, senza che nessuno dei suddetti Enti abbia una reale e proficua funzione nella vita sociale e produttiva.
3) scaricare, come sempre, i sacrifici sulle masse.
Avete scelto la terza via che, senza centrare l’obiettivo, vi porterà alla disfatta.
Un solo esempio, banale ma efficacissimo : avete preso di mira determinate categorie, senza intaccare minimamente gli intoccabili. Creando piuttosto ulteriori solchi discriminatori.
Gli studi di Tremonti o di Fantozzi, tanto per non fare nomi, non hanno sicuramente bisogno delle Tariffe professionali per farsi pagare le cifre esorbitanti che vogliono, dai loro ricchi clienti. L’esercito infinito delle vecchie e nuove reclute, che devono “sbattere il culo”, come direbbe Lady Fini, per poter mantenere in piedi gli scalcinati studi professionali delle periferie del Paese, vengono ora privati anche di quel minimo di protezione delle Tariffe professionali che adoperavano in casi estremi, allorquando si imbattevano in clienti non disposti a pagare, oppure dovranno scannarsi tra di loro per accaparrarsi un cliente a prezzi da straccioni.
I professionisti, con le loro famiglie, rappresentano circa cinque milioni di votanti e, in una situazione in cui si vince o si perde per 25 mila voti, lasciano chiaramente prevedere che si farà la stessa fine di quando D’Alema, presidente del Consiglio, soltanto annunciò misure, ritenute contro, determinate categorie ed incamerò la disfatta elettorale delle regionali che lo costrinse a dimettersi da Presidente del Consiglio.
Per noi, a questo punto, esiste solo la rassegnazione. Non potremo votare contro, perché dovremmo votare per gente che disprezziamo, ma non voteremo mai piu’ neanche a favore. Chissà, dovremo accettare la frase di Paolo Rossi che ”forse, per la sinistra, non servono i comici, ma gli attori drammatici”.
Anche se la previsione piu’ attendibile è che i comici stiano per ritornare.
Cordialmente. Francesco Calvano